“Mai perdere la speranza”. Intervista al vice direttore don Gabriele Gozzi

“Mai perdere la speranza”

Intervista a don Gabriele Gozzi, vice direttore dell’Istituto Superiore di Scienze Religiose “A. Marvelli” delle Diocesi di Rimini e San Marino-Montefeltro e docente di Storia della Chiesa.

A cura di Tommaso Giagnolini, studente del Liceo Artistico Volta-Fellini di Riccione

Ci può raccontare qualcosa del suo percorso? Quando e come è nata la sua vocazione?

La mia vocazione è nata a 19 anni, dopo il percorso al liceo classico. A luglio ero partito per visitare Lourdes e a guidarmi c’era un sacerdote che mi domandò che cosa volessi fare nel futuro.

Gli dissi che volevo iscrivermi all’università e studiare Storia moderna. Lui allora mi rispose: “Perché non pensi di studiare teologia?”. Mi invitò a rifletterci. In quel periodo pregavo molto profondamente, al punto da perdere la percezione del tempo, e dentro di me stava nascendo il desiderio di entrare in seminario.

Due anni dopo, durante il mio cammino, feci una pausa per riflettere ancora.

Parlando con don Andrea Turchini, lui mi raccontò che anni prima una signora gli aveva detto che entro due anni sarebbe entrato in seminario un giovane uomo. Don Andrea mi disse che quella persona ero io e che avrei dovuto ringraziare quella donna sconosciuta che aveva pregato per me e creduto nella mia vocazione.

Anche io sono convinto che la mia chiamata non sia stata un caso, ma qualcosa che viene dall’alto e accompagnata da tanti.

Quando Papa Francesco parlava del sensus fidei del popolo di Dio, penso si riferisse proprio a questo: alla capacità delle persone semplici di vedere certe cose con profondità.

Da quanto tempo lavora all’Istituto Marvelli?

Lavoro al Marvelli dall’ottobre del 2006. Il mio primo incarico fu quello di docente del corso di Storia della Chiesa, ruolo che ho svolto per cinque anni.

Partecipavo molto alla vita accademica degli studenti: cercavo di essere una guida e un supporto per loro.

Nel 2011 mi è stato proposto anche il ruolo di vice direttore dell’Istituto.

Che cosa vuol dire essere vice direttore?

Prima di tutto significa collaborare in un ambiente fraterno, creando sintonia con il direttore e con gli altri collaboratori.

Vuol dire anche essere un aiuto e un punto di riferimento per gli studenti iscritti all’Istituto.

Mi sento chiamato a fare da ponte tra il Consiglio e gli studenti. Insegnando in più corsi riesco a incontrarli spesso e a trasmettere loro la sensazione che ci sono, sia nei momenti positivi sia in quelli difficili.

Che cosa significa, invece, insegnare Storia della Chiesa?

La Storia della Chiesa è una materia trasversale perché Dio ha deciso di entrare nella storia umana. Non riguarda solo la storia del papato o altri argomenti cristiani, ma racconta anche la storia della fede e della sua diffusione nel tempo.

Gesù ha chiesto ai suoi discepoli di annunciare il Vangelo e questa storia continua ancora oggi.

Qual è il suo rapporto con Gesù?

Gesù è un amico.

Ogni tanto nella vita capitano imprevisti, ma ho sempre ricordato un’esclamazione dei miei nonni: “Oh Gesù!”. Lo dicevano come si chiama un amico che ti aiuta.

Qualche giorno fa ho chiamato un mio amico che aveva avuto un malore e anch’io ho esclamato: “Oh Gesù!”, chiedendo aiuto.

Nel 2021, facendo il cappellano in ospedale, ho potuto sperimentare da vicino la disperazione delle persone: la tristezza, la rabbia, la malattia, la sofferenza e la perdita dei propri cari.

A volte non ci sono parole adatte. In quei momenti, nel silenzio, mi sono sempre rivolto a Gesù per affrontare quelle situazioni.

Qual è il periodo della Chiesa e della fede che preferisce?

Ho due periodi preferiti.

Il primo è quello della Chiesa antica, cioè i primi cinque secoli del cristianesimo, perché rappresentano l’inizio del cammino del Vangelo e dei cristiani, con il loro coraggio durante le persecuzioni romane.

Di quel periodo ci sono poche fonti e per questo bisogna “scavare” per ricostruire la storia: non servono solo i testi scritti, ma anche le pietre, gli edifici e i reperti.

L’altro periodo che amo molto è quello moderno, dalla Rivoluzione francese fino a oggi.

Qual è la sua opinione sul rapporto tra giovani e fede?

È una domanda molto grande.

Io sono diventato sacerdote nel 2002 e ricordo che allora c’erano molti bambini al catechismo. Oggi, invece, la partecipazione è molto diminuita.

Molti genitori si sentono poco coinvolti nella vita di fede e spesso manca la trasmissione della fede all’interno della famiglia.

I ragazzi possono essere aiutati attraverso esperienze forti, come viaggi o momenti di preghiera condivisa. Il problema è che, quando tornano a casa, spesso non trovano lo stesso sostegno che avevano trovato durante quelle esperienze.

Non so come sarà il futuro, ma penso che i giovani continueranno a essere un punto fondamentale per la fede.

Che consiglio darebbe a un giovane che si avvicina alla teologia?

Direi che studiare teologia vale la pena, perché aiuta ad approfondire e a rendere più personale la propria fede.

Spesso partiamo dagli insegnamenti ricevuti dai genitori o dalle persone che abbiamo accanto, ma lo studio teologico permette di andare più a fondo.

Io, ad esempio, studio anche le lingue bibliche, tra cui il greco, che è la lingua originale dei primi Vangeli. Questo permette di avvicinarsi ancora di più al significato autentico dei testi.

Qual è la sua parabola preferita?

Mi piace la parabola del padrone che chiama i lavoratori a tutte le ore del giorno.

Esce all’alba per chiamare alcuni lavoratori nella vigna, poi torna ancora alle nove e anche nel pomeriggio continua a chiamarne altri.

Alla fine dà a tutti la stessa ricompensa.

Mi piace perché insegna che Dio chiama sempre, a qualsiasi età e in qualsiasi momento della vita: non è mai troppo tardi per fare il bene.

Come sta vivendo questi 50 anni? E che consiglio darebbe ai giovani?

Prima di tutto questi anni sono volati: mi sembra di aver iniziato ieri.

Il consiglio che darei ai giovani è di non perdere mai la speranza.

Si può sbagliare, si può cadere, ma non bisogna perdere la speranza, perché Dio offre sempre una seconda possibilità.

La cosa più triste è incontrare persone che non hanno più speranza.

Anche quando la vita colpisce duramente — come succede oggi in luoghi di guerra come Ucraina e Palestina — non bisogna smettere di credere che possa esistere ancora il bene.

Nella foto di copertina Tommaso intervista il vice direttore prof. don Gabriele Gozzi